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Lui & Lei

L'Hotspot di Beatrice: Connessioni Pericolose


di Bluedeep
19.10.2025    |    128    |    0 8.0
"Quel movimento sinuoso fece salire la gonna di lino, scoprendo due gambe perfette, fasciate dalle autoreggenti..."
«Ho dei problemi seri con la connessione satellitare!» Quella sera, Lorenzo era nel panico. «Potresti passare domani mattina per darmi una mano?»

L'idea di sprecare una mattinata di agosto a configurare parabole e router insieme a Lorenzo, che a volte aveva difficoltà persino con la calcolatrice, non mi allettava. Ma non si dice di no a un amico. E poi, ammettiamolo, rivedere sua madre, Beatrice, era un potente incentivo. Una gran fica bionda che da sempre abitava i miei sogni più torbidi.

Accettai. La mattina dopo, puntuale, suonai al loft nel quartiere finanziario. Mi aprì Lorenzo, con un’espressione disperata.

«Che succede?»

Mi spiegò, quasi isterico, che nei tentativi di configurazione aveva mandato in crash il sistema operativo. «Windows non parte più!»

«Ok, Leo, tranquillo. Ci penso io.» Nel mio lavoro di consulente IT, avevo visto di peggio.

Dopo un'ora buona di click ossessivi, riavvii e guerre tra driver, sentii alle mie spalle la voce tanto attesa.

«Buongiorno, caro! Ciao, Marco, tutto bene?»

Mi girai. Per poco non caddi dal pouf. La madre di Lorenzo, Beatrice, era un monumento. Quarantasette anni portati con la spavalderia di una modella. Bionda platino, occhi verde smeraldo, e due seni e un culo che non promettevano nulla di intellettuale. Indossava un completo di lino bianco gesso: minigonna appena sopra il ginocchio e giacca scollata che incorniciava la V prorompente di una quarta abbondante.

La cosa che catturò la mia attenzione fu il dettaglio fuori contesto: delle calze velatissime, color carne, in quel calore tropicale che schiacciava Milano da giorni. Non indagai, per non fare la figura del maniaco.

«Lorenzo, tesoro, guarda che giù c’è Alice che ti aspetta, non vorrai mica farla scappare?» (Alice, la fidanzata di Lorenzo).

A quelle parole, Lorenzo dimenticò me, il PC e l’esistenza di sua madre. Si precipitò fuori: «Torno tardi! Finisci pure senza di me!»

È proprio vero: per la fica si dimentica tutto!

La porta si chiuse. Rimasi solo con la Dea del sesso (come la chiamavo nei miei sogni). Lei si accomodò sulla sedia girevole lasciata da suo figlio. Il suo profumo, intenso e floreale, mi annebbiò la concentrazione. Il mio lavoro sul monitor divenne incerto.

«Ma su Internet ci sono anche foto porno, vero?»

La domanda era così diretta da far urlare i miei ormoni. I riflessi mi andarono in tilt. Il mio cazzo cominciò a chiedere con insistenza di essere liberato.

«S-s-sì, certo, ci sarebbero. Cioè, ci sono. Bisogna cercarle…» Non sapevo più cosa dire. Coraggio, imbecille, pensai. Quando ti ricapita? Buttati!

«Signora Beatrice, non sente caldo con i collant?» chiesi, cercando un appiglio.

Lei sorrise, un sorriso malizioso che fece vibrare il mio stato erettivo. «A parte il fatto che io sono calda per natura… queste sono autoreggenti, tesoro. Il fresco arriva solo dove deve arrivare.»

Si sporse, la scollatura si aprì. «Trovo le autoreggenti molto pratiche per noi donne: non devi abbassare due indumenti per andare in bagno, ma solo gli slip. Non ti rimane il segno dell'elastico in vita. E… soprattutto, se ti capita la sveltina, scopri senza troppa fatica, non trovi?»

Ormai il mio pene era titanico. Il sudore mi colava lungo la schiena. «Ehm…c-certo! Molto pratiche… sì!»

Mi girai per guardarla, ma lei era scomparsa. Tornò pochi secondi dopo con una borsa del ghiaccio. Me la porse.

«Tieni. Mettitela tra le gambe. Così, perlomeno, si sgonfia.»

Presi la borsa, imbarazzato e eccitato. La posai sul pene. Non ebbe alcun effetto. Anzi, forse peggiorò la situazione, rendendo l'erezione più dolorosa.

«Oh, poverino, ti deve dare molto fastidio quel coso così gonfio, vero?» La sua voce era ora morbida, premurosa. «Non posso mica lasciarti in queste condizioni. Aspetta, ti do una mano.»

Si alzò. Si sdraiò sul divano di pelle che fungeva da letto per gli ospiti. Quel movimento sinuoso fece salire la gonna di lino, scoprendo due gambe perfette, fasciate dalle autoreggenti. E, soprattutto, rivelò la totale assenza di biancheria intima.

La porcona cominciò a sditalinarsi con una grazia incredibile. Non smise di guardarmi. Iniziò a mugolare, a dimenare il bacino. Vedevo chiaramente la sua fica bagnarsi progressivamente, fino a diventare fradicia, l’umidità che imbeveva il velo delle calze. Le sue dita ne uscirono lucide, grondanti, e lei le portò alla bocca, leccando quel nettare.

«Ne vuoi un po’?» disse, la voce strozzata. Mi mostrò la mano.

Non me lo feci ripetere. Afferrai le sue dita umide, le leccai con avidità. Poi infilai il mio dito nella sua topona e prelevai altro liquido. Usavo le dita come un cucchiaio, assaggiando e toccando, e questo la fece eccitare da matti. Dimenò il bacino fino a raggiungere un orgasmo esplosivo, tra gemiti e urletti che si perdevano nel silenzio del loft.

Mi baciò con la lingua, un bacio lungo, infuocato, che sapeva di sesso e di lei. «Adesso tocca a me farti godere, Marco. Sei stato così gentile che mi sento in dovere di ricambiare il favore.»

Mi fece sdraiare. Mi aprì la patta, tirando fuori (non senza fatica) il mio cazzo, che era gigantesco. Appena liberato, fu subito inghiottito dalla sua bocca. Incominciò a lavorarmi la cappella con la lingua, succhiando l'asta fino alla base. Le mie palle erano accarezzate dal leggero movimento della sua mano sinistra.

Mi sentivo in paradiso! Una sensazione che durò pochissimo: sborrai quasi subito, inondando la sua faccia e la sua bocca. Lei leccò tutto con cura, senza perdere un milligrammo del mio sperma.

Finite le pulizie, si alzò, sollevò la gonna e sbottonò la giacca. CAZZO CHE TETTE!

Cominciò a farmi una spagnola con quei meloni perfetti. «Bisogna farlo tornare in tiro, perché lo voglio sentire nella fica!» mi disse.

Il movimento tellurico di quei seni, quei capezzoli turgidi come chiodi, fecero rizzare il mio pennacchio in meno di due minuti. Appena raggiunse la dimensione ottimale, non esitò. Si alzò e cominciò a strisciare la sua fica sulla punta del mio cazzo. A ogni movimento, lei si dilatava e lubrificava. Alla quarta strusciata, le fui dentro. Le strappai un mugolio di piacere.

La delicatezza finì. Cominciò a montarmi come un'ossessa, gridando. Con la sinistra si titillava i capezzoli, con la destra si sgrillettava il clitoride. Raggiungemmo l'orgasmo in perfetto sincrono.

CHE GODUTA!

Ci rivestiamo in fretta. Un minuto dopo, la porta si aprì ed entrarono Lorenzo e Alice.

«Cavolo, ancora qui? È più grave di quanto pensassi allora!» disse Lorenzo, affranto.

Non sapendo cosa dire, risposi che sarei tornato il mattino dopo per finire la configurazione. Ma Beatrice (la madre) si intromise.

«No! Faccio un’altra cosa, Marco. Chiamo tua madre e le dico che devi rimanere a cena qui, farai tardi. Così hai tutto il tempo di finire quello che hai lasciato in sospeso!»

E approfittando di un momento in cui eravamo soli, si avvicinò e con gli occhi pieni di desiderio spinto mi sussurrò:

«Più tardi, quando quei due si chiuderanno in camera, ti porto con me in bagno. Lo voglio prendere nel culo! Stasera ti voglio tutto per me.»

La serata a tavola non fu per niente tranquilla, ma questa è un’altra storia.
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